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Le tavole del Test di Ishihara: guida all'uso clinico e interpretazione

Il Test di Ishihara è ancora oggi il riferimento più usato per lo screening del daltonismo e delle anomalie della percezione cromatica, soprattutto per i deficit rosso-verde. Per ottenere risultati affidabili, però, esecuzione e interpretazione devono seguire un protocollo clinico preciso.

Tavola del Test di Ishihara usata nello screening del daltonismo

Il Test di Ishihara: come funziona e a cosa serve

La retina umana è sensibile alle radiazioni luminose con una lunghezza d'onda compresa tra i 380 e i 700 nanometri. Nella macula, cioè nella zona centrale della retina, lavorano tre gruppi di coni specializzati nel riconoscimento di rosso, verde e blu. Quando uno o più di questi gruppi non funzionano correttamente, compaiono i deficit della visione cromatica.

Le Tavole di Ishihara sono ancora oggi lo strumento più usato a livello internazionale per individuare soprattutto le alterazioni sull'asse rosso/verde, e per questo restano un passaggio clinico molto importante nello screening del daltonismo.

Struttura del test: cosa mostrano davvero le tavole

Il test è composto da tavole costruite con cerchi di colori e dimensioni diverse, ma con pari luminosità. All'interno del pattern emergono numeri o percorsi: chi ha una normale percezione cromatica li distingue facilmente, mentre chi presenta un deficit può confonderli o non vederli affatto.

La versione completa comprende 38 tavole, ognuna con un significato clinico preciso. Questo rende il test molto più ricco di un semplice “vedo/non vedo”, perché permette di orientare la lettura diagnostica in modo più fine.

Come si esegue correttamente il Test di Ishihara?

Per evitare falsi positivi o falsi negativi, il test va eseguito senza improvvisazioni. La visione deve essere monoculare per vicino, un occhio alla volta, e il paziente deve indossare la correzione adeguata per vicino quando necessaria.

Anche l'ambiente fa la differenza: le tavole vanno osservate con illuminazione controllata, preferibilmente naturale diffusa o equivalente alla luce del giorno, evitando riflessi e fonti che alterino la resa cromatica. La distanza di riferimento resta intorno ai 75 cm, con tavole perpendicolari alla linea dello sguardo.

Il tempo di risposta per ciascuna tavola non dovrebbe superare i 5 secondi. Nella pratica clinica, il paziente può annotare il numero o il percorso percepito su una tabella dedicata, così da rendere il confronto finale più ordinato e più facile da refertare.

Interpretazione delle tavole: come leggere davvero il risultato

Tavola 1: il classico numero 12. È una tavola di controllo, letta correttamente da chiunque, utile per spiegare il test al paziente e verificare la comprensione del compito.

Tavole 2-17: contengono numeri che chi ha un deficit rosso/verde tende a leggere in modo errato o a non vedere del tutto. Sono il cuore dello screening classico.

Tavole 18-21: funzionano in modo opposto. Chi ha una visione cromatica normale non vede alcun numero, mentre le figure emergono proprio nei soggetti con deficit rosso/verde.

Tavole 22-25: sono clinicamente molto interessanti perché aiutano a distinguere i deficit totali dai deficit parziali, quindi protanopia e deuteranopia rispetto a protanomalia e deuteranomalia.

Tavole 26-38: sostituiscono i numeri con percorsi da seguire con il dito. Sono pensate per bambini o persone che non leggono, mantenendo la stessa efficacia clinica delle tavole numeriche.

Il collo di bottiglia nella pratica clinica: la refertazione manuale

Nella routine di studio, il punto più lento non è tanto la somministrazione del test, quanto la gestione successiva delle risposte. Compilare a mano la tabella, confrontarla con il manuale cartaceo e riportare il risultato nel referto richiede tempo e apre spazio a errori di trascrizione.

Inoltre, se la documentazione resta separata dalla cartella clinica, il dato rischia di perdersi nel tempo. Questo è particolarmente rilevante quando il test rientra in percorsi di screening, medicina del lavoro o follow-up pediatrici, dove la continuità documentale ha un valore concreto.

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Se il test viene ancora gestito con schede cartacee e annotazioni a penna, EyeDoc permette di trasformare questo passaggio in un flusso più ordinato, rapido e coerente con la cartella clinica digitale.

Ishihara digitale

Dentro la cartella del paziente, nella visita trovi una sezione dedicata all'ortottica, pronta per registrare le risposte avute dalla lettura.

Confronta i dati

Il software ti permettere di registrare i dati ed aiuta a distinguere tra visione normale, protanopia o deuteranopia.

Referto e storico in un click

Il test resta legato alla storia clinica del paziente, pronto per essere richiamato, stampato o integrato nel referto finale.

Quando anche un esame semplice come Ishihara viene gestito in modo digitale, lo studio risparmia tempo, riduce errori e offre al paziente un'esperienza moderna e professionale.

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